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Gli Stati membri dell'UE hanno approvato l'accordo commerciale tra l'UE e Singapore. Ciò significa che l'accordo entrerà in vigore già il 21 novembre. L’importanza di questo accordo si riflette nella natura quanto mai unica dello stesso essendo il primo accordo commerciale bilaterale concluso dall'Unione europea con un paese del sud-est asiatico, un elemento essenziale per instaurare una più stretta relazione tra l'Europa e una delle regioni più dinamiche del mondo. A conferma di ciò i dati rilevati dal 2014 ad oggi: il commercio ha creato 5 milioni di nuovi posti di lavoro nell'UE e ora contribuisce all'occupazione di 36 milioni di persone. Questo, insieme al fatto che rappresenta il 35% del PIL dell'UE, riflette in maniera esplicita l’importanza di tale accordo.

Con l’ordinanza n. 20982/2019 la Cassazione si è espressa sulla questione “made in Italy” e marchi registrati, statuendo che l’etichetta apposta sui prodotti recante il made in, nel caso di specie importati dalla Cina, e raffigurante solo un marchio registrato della società italiana importatrice, costituisce, in assenza di ulteriori informazioni, un illecito amministrativo per fallace indicazione dell’origine in quanto idonea a trarre in inganno il consumatore.
La necessità di proteggere il “made in” non risulta connessa alla sola salvaguardia dei diritti delle imprese nazionali ma anche, ed in particolar modo, a quelli dei consumatori finali ai quali deve essere garantita la conoscenza dell’origine del prodotto acquistato, caratteristica fondamentale dello stesso. Una breve panoramica sulla tutela del “made in” accordata dalla normativa nazionale torna utile a delineare i tre livelli di tutela previsti visto pure che le eventuali e possibili infrazioni di legge comportano sanzioni rilevanti e di diversa natura.
La norma di riferimento è la legge 350/2003, nello specifico l’articolo 4 dal comma 49 al 49 – quater. A seconda della tipologia di violazione commessa si può ricadere in 3 fattispecie di illecito differenti: le prime due, la falsa indicazione di origine e la fallace indicazione di origine, sono configurabili come reato, la terza ossia la fallace indicazione di origine attraverso l’uso del marchio è considerata illecito amministrativo.
Nel dettaglio la falsa indicazione di origine, punita penalmente secondo il disposto dell’art. 517 c.p., si verifica quando l’imprenditore sia in fase di esportazione sia di importazione, oltre al proprio marchio e all’indicazione della località in cui ha sede, appone la stampigliatura “made in Italy” su beni non originari italiani secondo la normativa doganale (artt. 59 e ss. del regolamento (UE) 952/2013; allegato 22 -01 del regolamento (UE) 2446/2015).
Diversamente si ha fallace indicazione di origine quando si induce il consumatore a ritenere erroneamente, attraverso l’uso di segni, figure o quant’altro (ad esempio la bandiera italiana), che la merce sia di origine italiana; viene ivi compreso anche l’uso fallace o fuorviante dei marchi aziendali ai sensi della disciplina sulle pratiche commerciali ingannevoli.
Infine e a differenza delle fattispecie appena viste, la fallace indicazione di origine mediante l’uso del marchio configura una violazione amministrativa; tale illecito sussiste qualora, a causa di indicazioni di provenienza insufficienti o imprecise, il consumatore sia indotto in errore sull’effettiva origine dei prodotti. Nel caso in questione quindi, l’apposizione dell’etichetta sui prodotti importati recante unicamente il marchio registrato dell’importatore nazionale, senza alcuna ulteriore indicazione idonea a informare che gli stessi erano di origine cinese, integra una fallace indicazione attraverso l’uso del marchio aziendale.

La Camera di commercio internazionale (ICC) ha pubblicato la versione definitiva degli Incoterms 2020, ufficialmente in vigore dal 1° Gennaio 2020. Contrariamente alle aspettative messe in risalto da versioni ufficiose o pubblicazioni sul tema le novità sono state più contenute del previsto, in particolare in riferimento al termine più diffuso, la clausola EXW, pienamente confermata. Ad ogni modo, sebbene la decorrenza del novo aggiornamento sia stata fissata al 1° del nuovo anno, la ICC ha specificato che gli operatori possono anticipare l’uso della versione 2020 o, differentemente, continuare ad usare la versione precedente con esplicito riferimento nel contratto. Di seguito si riportano più nel dettaglio le conferme e le modifiche apportate.
Come già anticipato, elemento di assoluto rilievo consiste nella permanenza integrale della clausola EXW, termine che inizialmente si pensava dovesse addirittura essere eliminato o per lo meno modificato in larga misura. Ricordiamo che con tale clausola i costi e i rischi del trasporto sono a carico dell’acquirente anche durante il tragitto delle merci nel paese del venditore; termine quindi a prima vista vantaggioso per quest’ultimo, che si libera della totalità delle responsabilità e degli oneri ad eccezione dell’assistenza al compratore nell’ottenimento dei documenti necessari alla transizione nel paese di esportazione o di transito, ma che tuttavia presenta particolari insidiosità a livello fiscale quali:
• Problematiche relative all’ottenimento del visto uscire doganale;
• La prova della cessione intracomunitaria;
• La modalità di compilazione delle dichiarazioni doganali e dei documenti accessori;
• L’identificazione dell’esportatore non stabilito nel territorio o, ancora, l’identificazione del titolare di eventuali autorizzazioni o licenze.
I consigli dell’ICC sull’utilizzo di tale resa non sono comunque mancati precisando la stessa che sarebbe preferibile limitare l’uso di questa clausola al solo commercio e consigliando invece la resa FCA, nella quale obbligazioni e costi di sdoganamento sono a carico del venditore.
In riferimento a quest’ultimo termine occorre evidenziare l’aggiunta di un elemento di novità: venditore e acquirente possano concordare che quest’ultimo richieda al proprio vettore di consegnare al primo la polizza di carico una volta che la merce è stata caricata sulla nave, così da rendere possibile l’emissione della lettera di credito.
Nessun stravolgimento per il DDP che rimane invariato, tuttavia si evidenzia invece il cambio che ha toccato il DAT e che dal 1° gennaio assumerà la denominazione di DPU (Delivered at place unloaded): la consegna non dovrà più avvenire necessariamente presso un terminal portuale potendo andare bene anche qualsiasi altro luogo purché la merce venga scaricata.
Ancora novità per FCA, DDP e DAP nei limiti in cui si consente alle parti di provvedere da sé al trasporto, a differenza della precedente versione in cui doveva essere realizzato da un vettore terzo. Infine la clausola CIF, che nella precedente versione prevedeva uno standard assicurativo minimo identificato in fascia C (a copertura cioè di un limitato numero di rischi), nella nuova versione è munito di uno standard innalzato, grazie all’ associazione con la clausola all risk di fascia A, la quale reca maggiore protezione, ma anche maggiori costi.