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Con l’ordinanza n. 20982/2019 la Cassazione si è espressa sulla questione “made in Italy” e marchi registrati, statuendo che l’etichetta apposta sui prodotti recante il made in, nel caso di specie importati dalla Cina, e raffigurante solo un marchio registrato della società italiana importatrice, costituisce, in assenza di ulteriori informazioni, un illecito amministrativo per fallace indicazione dell’origine in quanto idonea a trarre in inganno il consumatore.
La necessità di proteggere il “made in” non risulta connessa alla sola salvaguardia dei diritti delle imprese nazionali ma anche, ed in particolar modo, a quelli dei consumatori finali ai quali deve essere garantita la conoscenza dell’origine del prodotto acquistato, caratteristica fondamentale dello stesso. Una breve panoramica sulla tutela del “made in” accordata dalla normativa nazionale torna utile a delineare i tre livelli di tutela previsti visto pure che le eventuali e possibili infrazioni di legge comportano sanzioni rilevanti e di diversa natura.
La norma di riferimento è la legge 350/2003, nello specifico l’articolo 4 dal comma 49 al 49 – quater. A seconda della tipologia di violazione commessa si può ricadere in 3 fattispecie di illecito differenti: le prime due, la falsa indicazione di origine e la fallace indicazione di origine, sono configurabili come reato, la terza ossia la fallace indicazione di origine attraverso l’uso del marchio è considerata illecito amministrativo.
Nel dettaglio la falsa indicazione di origine, punita penalmente secondo il disposto dell’art. 517 c.p., si verifica quando l’imprenditore sia in fase di esportazione sia di importazione, oltre al proprio marchio e all’indicazione della località in cui ha sede, appone la stampigliatura “made in Italy” su beni non originari italiani secondo la normativa doganale (artt. 59 e ss. del regolamento (UE) 952/2013; allegato 22 -01 del regolamento (UE) 2446/2015).
Diversamente si ha fallace indicazione di origine quando si induce il consumatore a ritenere erroneamente, attraverso l’uso di segni, figure o quant’altro (ad esempio la bandiera italiana), che la merce sia di origine italiana; viene ivi compreso anche l’uso fallace o fuorviante dei marchi aziendali ai sensi della disciplina sulle pratiche commerciali ingannevoli.
Infine e a differenza delle fattispecie appena viste, la fallace indicazione di origine mediante l’uso del marchio configura una violazione amministrativa; tale illecito sussiste qualora, a causa di indicazioni di provenienza insufficienti o imprecise, il consumatore sia indotto in errore sull’effettiva origine dei prodotti. Nel caso in questione quindi, l’apposizione dell’etichetta sui prodotti importati recante unicamente il marchio registrato dell’importatore nazionale, senza alcuna ulteriore indicazione idonea a informare che gli stessi erano di origine cinese, integra una fallace indicazione attraverso l’uso del marchio aziendale.